Posted: 04 Oct 2013 12:21 AM PDT
La
visita del Papa ad Assisi riporta agli onori della cronaca il più famoso dei
santi, quello di cui Bergoglio ha preso il nome. Francesco d’Assisi però è
anche il più incompreso dei santi, perché fu l’opposto esatto del santino che
ne fanno oggi i media, rappresentandolo come uno svagato ecologista, ecumenista
e buonista umanitario.
IL
VERO FRANCESCO
Il
cardinal Biffi, celebrandone la festa ad Assisi nel 2004, disse che vedeva in
giro “un francescanesimo di maniera, svigorito in un estetismo senza
convinzioni esistenziali”, un brodino tale “che tutti lo possano assumere senza
ripulse e drammi interiori, stemperato in una religiosità indistinta che non
inquieti nessuno”.
Invitava
dunque a conoscere l’opera e la figura di Francesco “nella loro verità”. La
verità di questo santo è l’adesione totale e assoluta al Vangelo,
letteralmente. Sine glossa. Senza accomodamenti con la mentalità dominante.
Senza
quelle concessioni allo spirito dei tempi che qualche cattolico oggi fa in nome
del “dialogo col mondo” e della cosiddetta “apertura alla modernità”.
Per
capire cosa significa ai giorni nostri – come suggeriva Biffi – bisogna
rileggere le sue (quasi sconosciute) lettere considerandole scritte per i tempi
odierni. Scopriremo che oggi Francesco verrebbe sicuramente liquidato dai media
come “un fanatico”, un “fondamentalista”, un cattolico “integralista e
reazionario”.
AI
POLITICI E ALTRI POTENTI
Prendiamo
la lettera che scrisse “a podestà, consoli, magistrati e reggitori dei popoli”,
cioè tutte le cariche pubbliche (non solo i politici). Pensate che abbia fatto
loro l’elenco dei problemi sociali, parlando di disoccupazione, pace, ambiente
o economia? Tutt’altro.
Li
esortò potentemente a professare la fede cattolica per salvare le anime loro e
quelle dei loro popoli:
“Ricordate
e pensate che il giorno della morte si avvicina. Vi supplico allora, con
rispetto per quanto posso, di non dimenticare il Signore, presi come siete
dalle cure e dalle preoccupazioni del mondo. Obbedite ai suoi comandamenti,
poiché tutti quelli che dimenticano il Signore e si allontanano dalle sue leggi
sono maledetti e saranno dimenticati da lui. E quando verrà il giorno della
morte, tutte quelle cose che credevano di avere saranno loro tolte”.
Proseguiva
(e penso a intellettuali e giornalisti):
“E
quanto più saranno sapienti e potenti in questo mondo, tanto più dovranno
patire le pene nell’inferno. Perciò vi consiglio, signori miei, di mettere da
parte ogni cura e preoccupazione e di ricevere devotamente la comunione del
santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo in sua santa memoria”.
Continua
(e faccio una dedica a tutti quei politici e governanti che oggi cancellano
ogni memoria cristiana):
“Siete
tenuti ad attribuire al Signore tanto onore fra il popolo a voi affidato, che
ogni sera si annunci, mediante un banditore o qualche altro segno, che siano
rese lodi e grazie all’onnipotente Signore Iddio da tutto il popolo. E se non
farete questo, sappiate che dovrete renderne ragione (cf. Mt. 12,36) a Dio
davanti al Signore vostro Gesù Cristo nel giorno del giudizio”.
AI
FEDELI LAICI
San
Francesco indirizzò poi un’altra lettera ai semplici fedeli laici a cui
raccomandò di stringersi alla “dolcezza” e “soavità” del Signore Gesù,
osservando i comandamenti e facendo penitenza.
Chi
invece non segue Cristo è esortato a convertirsi e se persevera nel peccato è
accoratamente ammonito dal santo di Assisi: “costoro sono
prigionieri del diavolo… essi vedono e riconoscono, sanno e fanno il male, e
consapevolmente perdono la loro anima”.
Perché
“chiunque muore in peccato mortale… il diavolo rapisce l’anima di lui… e tutti
i talenti e il potere e la scienza e la sapienza che credevano di possedere
sarà loro tolta… e andranno all’inferno dove saranno tormentati eternamente”.
AI
SACERDOTI E SULLA CHIESA
C’è
poi una lettera di san Francesco ai sacerdoti. Anch’essa sorprendente, perché
non esorta i sacri ministri all’azione sociale o all’attività umanitaria, ma li
esorta principalmente a tributare il massimo onore “al santissimo
corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo”.
Il
santo infatti è addolorato perché da molti “il corpo del Signore
viene collocato e lasciato in luoghi indegni, viene trasportato senza nessun
onore e ricevuto senza le dovute disposizioni e amministrato senza riverenza”.
Sembra
qui di sentir riecheggiare la preoccupazione di Benedetto XVI, il suo invito a
cessare gli abusi liturgici del postconcilio, il desiderio di riportare il
sacrificio eucaristico, con i più santi riti, al centro della Chiesa e
l’adorazione al cuore della vita (proprio di recente alcuni figli spirituali
del santo, i Francescani dell’Immacolata, hanno fatto parlare di sé per l’amore
alla sacra liturgia).
Eguale
sottolineatura san Francesco fa per le preziose parole del Signore, ossia il
Vangelo, alla cui difesa (dagli attacchi ideologici) papa Benedetto ha dedicato
tre poderosi libri.
Dice
san Francesco:
“Anche
i nomi e le parole di lui scritte talvolta vengono calpestate, perché ‘l’uomo
carnale non comprende le cose di Dio’ (1Cor 2,14). Non dovremmo sentirci mossi
a pietà per tutto questo, dal momento che lo stesso pio Signore si consegna
nelle nostre mani e noi l’abbiamo a nostra disposizione e ce ne comunichiamo
ogni giorno?”.
Ecco
perché san Francesco ha un particolare atteggiamento di venerazione per la santa
Chiesa. Da quando riceve dal crocifisso di San Damiano il mandato “Ripara la
mia Chiesa” egli avrà per la Sposa di Cristo solo parole di amore.
E
quando va a sottoporsi al giudizio della Santa Sede dice con tenerezza “Andiamo
dalla madre nostra”. E quando sa di ecclesiastici indegni o corrotti (e ce
n’erano!) lui va a baciare le loro mani perché sono quelle mani che consacrano
il corpo del Signore.
E
di fronte alla corte pontificia non lancia strali e anatemi sui lussi e le
vanità ecclesiastiche, ma, povero e umile, promette l’obbedienza sua e quella
dei suoi frati ai pastori stabiliti da Cristo.
PROSELITISMO
E POVERTA’
Infine
nella sua “Regola non bullata” invita i suoi frati a dare testimonianza a
Cristo (fino al martirio) anche “tra i saraceni e gli altri infedeli” (del
resto lui stesso andò ad annunciare Cristo al Sultano e molto presto i suoi
frati ricevettero il martirio).
Non
ritenne la testimonianza un deteriore “proselitismo”. Infatti per lui la
conversione era la via della salvezza.
Anche
il tema della “povertà”, centrale nell’esperienza francescana, è stato
totalmente frainteso. Per il santo la povertà non era una condizione sociale da
sradicare, ma anzi un modo di vita da abbracciare con amore.
Non
considerava infatti la “povertà” una categoria economica, ma teologica. La
riferiva al Figlio di Dio che “spogliò se stesso assumendo al condizione di
servo”, Colui che “da ricco che era”, cioè Dio, si fece uomo di carne mortale,
che annientò se stesso per la salvezza degli uomini.
La
povertà di Francesco era memoria dell’incarnazione.
SCEGLIERE:
O SAN FRANCESCO O MARTINI
Questo
è il santo di cui papa Bergoglio ha preso il nome e che oggi va ad omaggiare ad
Assisi. Lui che è il primo papa gesuita sa che storicamente un certo filone del
gesuitismo si è duramente scontrato con la radicalità evangelica di san
Francesco.
C’è
infatti una parte del movimento gesuitico che – invece di innalzare gli uomini
al Vangelo (come san Francesco) – ha pensato di abbassare il Vangelo ai costumi
delle genti e alle culture delle corti principesche.
E’
la polemica contro i gesuiti del Pascal delle “Lettere provinciali” che li
accusò di lassismo.
Anche
il dotto gesuita Matteo Ricci in Cina ritenne di poter accettare riti pagani e
culture ritenute invece inaccettabili dai francescani (la Santa Sede dette
ragione a questi ultimi e i gesuiti si giocarono il favore della corte cinese).
Del
resto fu un papa francescano, Clemente XIV a sopprimere nel 1773 i gesuiti.
Dunque anche oggi c’è un bivio, bisogna scegliere fra la radicalità di san
Francesco e – per fare un esempio attuale – lo “spirito dialogante” col mondo
del gesuita cardinal Martini.
Antonio
Socci
Da
“Libero”, 4 ottobre 2013
Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

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